Hotel Trieste in centro a Verona.

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Passeggiando per Corso Porta Nuova, nella città di Verona, potrebbe capitarvi che un gigantesco robot, che pare appena uscito da Il pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox, vi osservi dalla vetrina di uno strano negozio. Si tratta di una delle opere di punta della collezione di Roberto Bravi, artista veronese, amante del «kitsch genuino», come lui stesso ama definirsi, esposte da qualche tempo nella sala d’accoglienza dell’hotel Trieste, al numero 57.

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Se vi deciderete a entrare, dopo che il vostro occhio si sarà saziato dei colori di Roberto Bravi, vi accorgerete che, appesi alle pareti, scendono due grandi sipari neri, finemente lavorati a patchwork, opera di fiber art del duo di architetti milanesi DAMMS. Infine, mentre dal centro della stanza vi guardate attorno, poco alla volta, noterete gli oggetti di design italiano anni ’50-’70 disseminati nell’ambiente; tra tutti la gigantesca sfera nera del lampadario Sputnik che cala dal soffitto sopra il divano, da cui partono lunghi raggi di ottone, terminati in lampadine.

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Il proprietario, Andrea Quiriconi, è un imprenditore nel settore alberghiero della città di Verona. Grande viaggiatore, appassionato di design italiano, curioso di ogni aspetto che riguardi la comunicazione, l’arte e il business, da una decina d’anni conduce una ricerca personale sul design d’interni che lo ha portato a trasformare la sala d’accoglienza dell’hotel in una mostra permanente.

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L’albergo come luogo di esposizione non è una novità ma Andrea vi ha aggiunto qualcosa di suo: «Vivere in un hotel è come recita a teatro. Non solo ogni lavoratore è un attore con un ruolo preciso. Dal manager alla cameriere ai piani. Anche l’ospite da quando entra, fino a quando esce, ha un copione da portare a termine».  L’opera che si recita qui, trattandosi di un hotel, è una commedia.

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E Andrea si occupa della scenografia: materiali eterogenei, morbidi, caldi, fiduciosi; una mescolanza, a sua detta, capace di dialogare con il fanciullo interiore e il fantastico in ciascuno di noi. Da una parte è un modo, in un momento storico in cui gli investimenti strutturali sembrano difficili per le piccole medie imprese, di fare davvero della cultura «il petrolio d’Italia». Dall’altra, «Chi non ha mai sognato da piccolo», dice Andrea allungando il braccio con il palmo aperto verso Robbie e un sorriso compiaciuto, «Di avere un robot grande così?»

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